Fritz Lang in America

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REGIA: Fritz Lang

SOGGETTO: Norman Krasna

SCENEGGIATURA: Fritz Lang, Barlett Cormack

FOTOGRAFIA: Joseph Ruttenberg

MUSICA: Franz Waxman

PRODUZIONE: Joseph L. Mankiewicz per Metro Goldwyn Mayer

INTERPRETI: Sylvia Sidney, Spencer Tracy, Walter Abel

ORIGINE: USA DURATA: 90’

Chicago. Katherine (Sydney) e Joe (Tracy) sono innamorati e vogliono sposarsi presto, ma le condizioni economiche non glielo permettono. Così lei parte per un paesino dell’Ovest dove potrà aumentare il suo stipendio di maestra. Joe, che è un onesto operaio, si licenzia dalla fabbrica per mettere su una stazione di servizio. Dopo un anno di lontananza ed essersi acquistato un’auto Joe decide di raggiungere Kathe. Ma durante il viaggio…

Dopo la fuga dalla Germania nazista e una sosta in Francia dove realizzò il film La leggenda di Liliom (1934), Fritz Lang firmò a Londra un contratto con la Metro Goldwyn Mayer. Approdò negli Stati Uniti e per un anno studiò la lingua e il modo di vivere americano, girando il paese in lungo e in largo. Ma così stava scadendo il suo contratto con la MGM: “Mi presi una strigliata da Eddie Mannix, un dirigente dello studio che mi comunicò che volevano farmi fuori. Dissi che non era giusto e Eddie mi diede un’altra possibilità consegnandomi una scaletta di quattro pagine e un collaboratore come sceneggiatore, Bartlett Cormack.” Ed è così che nacque il primo memorabile film americano di Fritz Lang: Furia. Nonostante i condizionamenti della major, le pesanti intromissioni dei produttori (ad esempio furono tolte dalla sceneggiatura o dal girato alcune scene con gente di colore perché Louis B. Mayer diceva che “i negri al cinema possono fare solo i garzoni o i lustrascarpe”), Lang con Furia realizza undramma sociale di un realismo inusitato per il cinema americano del periodo (sua fonte d’ispirazione erano gli articoli dei giornali), con il tema della vendetta cieca della folla, come in M.

L. Giribaldi

REGIA: Fritz Lang

SCENEGGIATURA: C. Graham Baker, Gene Towne

FOTOGRAFIA: Leon Shamroy

MUSICA: Alfred Newman

PRODUZIONE: Walter Wanger per United Artists

INTERPRETI: Sylvia Sidney, Henry Fonda, Barton MacLane

ORIGINE: USA 1937 DURATA: 86’

Joan (Sidney) si licenzia da segretaria dell’avvocato Whitney (MacLane) per accogliere il fidanzato Eddie Taylor (Fonda) che, assistito dallo stesso avvocato, sta uscendo dal carcere dopo tre anni di detenzione. Eddie e Joan si sposano e vogliono rifarsi una vita, ma i pregiudizi della gente renderanno questo loro proposito molto difficile.

Secondo film americano di Lang e secondo film della cosiddetta “trilogia sociale” , Sono innocente, come Furia (l’altro titolo della trilogia è You and Me) è il dramma di un uomo emarginato e perseguitato dalla società. Si può definire anche un precursore del noir, come in questi termini lo era anche Furia. Rispondendo però ad una domanda di Peter Bogdanovich nel libro-intervista Il cinema secondo Fritz Lang proprio riguardo alla classificazione come “protesta sociale” di questi film, Lang rispondeva che il tema era sempre quello dell’uomo in lotta contro il destino, contro il fato. Un tema da lui affrontato quasi in ogni film, a partire da uno che aveva proprio questo titolo (Destino, del 1922). Dopo aver realizzato Furia con la MGM, Lang cambiò società di produzione e passò alla United Artists. Ma anche in questo caso i rapporti con i produttori non migliorarono. Sono innocente risulta oggi più breve di 15-20′ della versione voluta dal regista tedesco, in quanto alcune scene furono tagliate dai produttori perché giudicate troppo violente. Nonostante questo Lang si dichiarava soddisfatto del risultato, anche se “quando si finisce un film, anche il migliore, è tanto al di sotto di quel che si voleva veramente, tanto al di sotto dell’idea che se ne aveva, che è molto facile fare delle critiche…”

L. Giribaldi

REGIA: Fritz Lang

SOGGETTO: dal romanzo Rogue Male di Geoffrey Household

SCENEGGIATURA: Dudley Nichols

FOTOGRAFIA: Arthur C. Miller

MUSICA: Alfred Newman

PRODUZIONE: Twentieth Century Fox

INTERPRETI: Walter Pidgeon, Joan Bennett, George Sanders

ORIGINE: USA

DURATA: 105’

Un uomo, Stephen Neale (Milland), aspetta spasmodicamente che scocchino le 18, ora nella quale verrà dimesso dalla clinica psichiatrica nella quale è ricoverato. Può così raggiungere Londra ma prima di prendere il treno si ferma in una strana fiera dove vince una torta contesa da un altro personaggio. In treno, con la minaccia incombente degli aerei nazisti, Neale offre una fetta di torta ad un misterioso cieco (che non è cieco).

Affascinato dal romanzo di Greene, Lang voleva comprarne i diritti, ma fu preceduto dalla Paramount, che poteva investire più soldi. Gli offrirono così di dirigere il film e il regista fu felice di accettare: “Ma quando vidi quello che avevano combinato con la sceneggiatura” – di solito Lang si riservava in sede contrattuale la possibilità di intervenire sulla sceneggiatura, ma questa volta se ne dimenticò – “rimasi sconcertato al punto che volevo rompere il contratto. Ma l’agente disse che non potevo…”. Nonostante queste riserve (Lang raccontava che, quando molti anni dopo rivide il film in televisione, deluso e annoiato dallo scempio che avevano fatto, si addormentò), Il prigioniero del terrore è un tipico, inesorabile, congegno ad orologeria langhiano. Fin dalla prima inquadratura, un pendolo che oscilla, tenuta ossessivamente sui titoli di testa, Lang fa scivolare il suo protagonista e lo spettatore in una dimensione allucinante. Il regista viennese continua così la sua personale guerra contro il nazismo, ancora una volta in una Londra percorsa dalle inquietanti ombre delle spie tedesche e dove la realtà non è mai quella che appare.

L. Giribaldi

REGIA: Fritz Lang

SOGGETTO: dal romanzo Once off Guard di J.H. Wallis

SCENEGGIATURA: Nunnally Johnson

FOTOGRAFIA: Milton Krasner

MUSICA: Arthur Lange

PRODUZIONE: Nunnally Johnson per RKO

INTERPRETI: Edward G. Robinson, Joan Bennett, Dan Duryea

ORIGINE: USA

DURATA: 97’

Richard Wanley (Robinson) insegna criminologia all’università. Dopo una lezione nella quale ha spiegato che chi uccide per legittima difesa non può essere giudicato come chi uccide per lucro, accompagna alla stazione la famiglia, in partenza per le vacanze. La sera al club Wanley, insieme agli amici, tutti benestanti di mezza età, commenta il fascino di un ritratto femminile esposto in una vetrina sulla strada.

Nella primissima inquadratura in cui compare il prof. Wanley, dietro la sua schiena e sopra la sua testa, su una lavagna, compare una grande scritta: Sigmund Freud. E si può dire che tutto il film La donna del ritratto, esemplare noir di Fritz Lang, si inscriva nel segno di Sigmund Freud. Nelle conversazioni con Peter Bogdanovich il regista tedesco descriveva la trama del film come una successione di sequenze oniriche, perfettamente consapevole di aver trascinato il suo protagonista, borghese rispettabile, nei meandri bui delle sue pulsioni, fino a farlo sprofondare nel crimine. Con suprema ironia e malizia, trattandosi di un criminologo! Psicanalisi e noir, ombre dell’inconscio e ombre dello schermo, ritratti e riflessi, specchi e doppi: tutto questo è La donna del ritratto. Senza estremismi stilistici (Lang è un convinto assertore di una fotografia piana e senza effetti luministici), il regista di Vienna ci mostra una delle dark-lady più misteriose della storia del cinema, simulacro di una copia (appare da un quadro), gemella di un’altra femme fatale, emanazione fantasmatica di un altro quadro in un altro film, curiosamente nello stesso 1944: Vertigine di Otto Preminger.

L. Giribaldi

REGIA: Fritz Lang

SOGGETTO: dal romanzo  La Chienne di Georges de la Fouchardière

SCENEGGIATURA: Dudley Nichols

FOTOGRAFIA: Milton Krasner

MUSICA: Hans J. Salter

PRODUZIONE: Fritz Lang per Diana Productions

INTERPRETI: Edward G. Robinson, Joan Bennett, Dan Duryea

ORIGINE: USA 1945

DURATA: 103’

Christopher Cross (Robinson), un cassiere di mezza età e pittore dilettante, viene festeggiato dai colleghi d’ufficio e dal titolare per i suoi 25 anni di onorata carriera. La notte, durante il ritorno a casa, si imbatte in un farabutto (Duryea) che sta picchiando una donna (Bennett) su un marciapiede. Cross fa fuggire l’uomo e accompagna a casa la bella ragazza…

Nel 1945 Fritz Lang fondò una sua propria casa di produzione, la Diana Productions. Ne erano soci Joan Bennett, Walter Wanger (marito di Joan Bennett) e lo sceneggiatore Dudley Nichols. Produsse in tutto solo due film e il primo fu La strada scarlatta, che presenta tante somiglianze con il precedente film di Lang, La donna del ritratto, a cominciare dallo stesso cast (Robinson, Bennett, Duryea). Così ne parlava Lang a Peter Bogdanovich: “Era il remake di un film di Jean Renoir intitolato La Chienne, del 1931; ovviamente qui da noi non si può intitolare un film «La cagna». Lubitsch voleva fare a tutti i costi questo film in America, perciò la Paramount lo comprò per lui. Lubitsch, insieme ad altre due persone, cercò di ricavarne un adattamento ma non riuscì mai ad arrivare ad una sceneggiatura (…) Comprammo i diritti del soggetto a un prezzo molto conveniente e, mi pare, Dudley Nichols ne fece un’ottima trasposizione.” Lang spostò l’ambientazione da Montmartre al quartiere newyorkese degli artisti, il Greenwich Village, ma dovette districarsi dalle maglie della censura e la prostituta diventò una commessa. La strada scarlatta è di nuovo una discesa nell’incubo e come nella Donna del ritratto tutto ruota intorno ad un ritratto di Joan Bennett…

L. Giribaldi

REGIA: Fritz Lang

SOGGETTO: dal racconto Museum Piece Nb.13 di Rufus King

SCENEGGIATURA: Silvia Richards

FOTOGRAFIA: Stanley Cortez

MUSICA: Miklós Rózsa

PRODUZIONE: Fritz Lang per Diana Productions

INTERPRETI: Joan Bennett, Michael Redgrave, Anne Revere

ORIGINE: USA 1948

DURATA: 99’

Dopo aver rotto l’ennesimo fidanzamento, Cecilia (Bennett) perde l’amato e protettivo fratello maggiore, amministratore dei suoi beni. Per distrarsi dal lutto parte per una vacanza in Messico dove incontra Mark (Redgrave), un affascinante architetto. Fra i due nasce una forte attrazione che in breve tempo li porterà alle nozze. Ma la personalità dell’uomo presenta aspetti misteriosi ed inquietanti…

Per la seconda produzione della neonata Diana Productions, Lang e i suoi collaboratori scelsero una storia con forti valenze psicanalitiche: nel commento off con il quale la protagonista inizia la vicenda compare subito una citazione da L’interpretazione dei sogni. La storia ha delle analogie con alcuni film hitchcockiani: Il sospetto, Io ti salverò e soprattutto Rebecca. Lo racconta lo stesso Lang a Peter Bogdanovich: “Le dirò dove stava tutta l’idea. Ricorda quella scena magnifica in Rebecca dove Judith Anderson parla di Rebecca e intanto mostra a Joan Fontaine i vestiti, le pellicce e così via? Quando ho visto questo film (sono uno spettatore eccellente), Rebecca era là, io l’ho vista. Il film era una combinazione di regia brillante, dialoghi brillanti, e una recitazione magnifica. E – a proposito di furti – avrei avuto la sensazione che forse avrei potuto fare qualcosa di simile quando Redgrave parla delle varie stanze.” Come nei film di Hitchcock, anche Fritz Lang combina la psicanalisi con i riferimenti agli archetipi di certe fiabe (in questo caso Barbablù). Ma il film fu un insuccesso e decretò la prematura fine della Diana Productions

L. Giribaldi


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